Biglietti agli amici, 7

Ti ho scritto “Per me è difficile vedere la tua sofferenza e pensare di non poter farci niente”.
Avrei dovuto dire “Per me è difficile  vedere la tua sofferenza e accettare di non poter farci niente”: il mio delirio di onnipotenza, l’altra faccia del senso di colpa. Entrambi figli della mia autobiografia.

Per me è difficile accettare di non poterti essere d’aiuto.

Vorrei raccontarti dei miei scontri con la violenza, la sopraffazione, l’infelicità, l’angoscia, ma anche della possibilità di un incontro autentico con l’altro da sé: dell’amore, dell’amicizia, della condivisione, del recupero di relazioni familiari che sembravano ormai logorate e perdute.
Vorrei parlarti e ascoltarti, tanto, e ridere e riempirci il cuore di bellezza.

Perché la meraviglia che tu porti risplende come un sole.

Alba immagine a corredo del post Biglietti agli amici 7

Dalla finestrella della cucina guardavo il mare

La mia spiaggia si chiama Galboka.

Mia nonna aveva una casa a cinque minuti dalla spiaggia: dalla finestrella della cucina guardavo il mare.

Tra la casa e la spiaggia c’erano solo stoppie, cespugli, un sentierino; il profumo del rosmarino, dell’alloro e del mirto, pecore, sole e cielo.

Naturalmente adesso è un po’ cambiata, già lo era l’ultima volta che ci andai. Ora lo sarà ancora di più, ma resta comunque bellissima e tranquilla, soprattutto all’alba, al tramonto e la notte.

Non so se hai mai fatto il bagno la notte, senza la luna: l’acqua ha una strana luminescenza verdastra, quando nuoti sembra piena di scintille. Una delle sensazioni più belle provate nella vita.

A Galboka ho fumato lunghe ore e pensato, seduta sulla scogliera, sotto i pini.
A Galboka ho imparato a nuotare, mi sono tuffata, rosolata nel sole; ho giocato, dormito all’ombra e sognato.

A Galboka mi sono rotolata per la prima volta con un uomo (un tizio di Montevarchi, mio vicino di casa in Croazia fin dall’infanzia, ritrovato ogni estate fino a quella, fatidica, della lotta a cuscinate nella sua camera da letto, dell’inseguimento delle lucertole sui muretti a secco, delle nottate trascorse in spiaggia senza nessun controllo, nessun obbligo, nessuna preoccupazione).
Ovviamente, come si confà a storie di questo tipo, da allora, il tizio di Montevarchi, non l’ho più rivisto. Mai più rivisto, né sentito, eppure ci sono tornata molte altre volte a Nerezine e sua nonna sempre aveva la casa vicino a quella della mia, ma di lui nessuna traccia. Un’immagine rimasta ferma nel tempo.
Chissà dove sarà ora, impegnato con chi, in che cosa. Lo spero felice, sorridente e spiritoso come l’ultima volta che lo vidi quasi vent’anni fa.

Ecco, tra tutto il resto, cosa ci sta dentro la mia isola, in quel cuore salato di ricordi che costituiscono il mio paradiso; quel filo di ricordi che riaffiorano per un profumo, una folata di vento, uno squarcio di azzurro del cielo.
O quando decido di condividerli con qualcuno.

10 maggio 2007

À la recherche du temps perdu

L’odore dei pini
nelle ventate del finestrino.

Tutto è proprio
come allora:
il mare,
il traghetto,
mio padre che fuma
sul molo
e quella luce profonda
che scava i contorni,
quel vento di spezie
ch’è solo dell’isola.

Mi si sfila la strada
da sotto le ruote
mentre trema l’asfalto,
lontano.
Il tempo
gira veloce
quanto i ricordi
finché durano i pini.

18 giugno 1996

Da Il più bello dei mari, Lulu, 2015

La mia spiaggia

Sono sulla mia spiaggia. Non è cambiata per niente.
È l’ora in cui i turisti vanno a cena e il mare lascia intravedere i suoi tesori.
Le rondini volano a pelo d’acqua, le cicale cantano tra i pini, le onde, lunghe, sono verdi e le isole rosa-azzurre, tutt’intorno.
La luce declina, si alza la marea con un suono dolce, che scivola sulla riva.
Rintocca la campana di Santa Maddalena.
Nella case vicine arde un fuoco di legna.
È un tramonto tranquillo e io sono felice.

Galboka, 5 luglio 2008

Inseguendo i gabbiani

Attraverso la piazza di prima mattina, investita da una folata gravida d’acqua.

Il cielo si rischiara. Le rondini gridano, rasenti i tavolini ancora luccicanti di pioggia.

D’un tratto sono a casa, in quella terra impareggiabile da cui il mio cuore proviene.

È un’altra piazza, ad accogliermi.

Con un ciliegio al centro, i bar a cui siede qualche assonnato turista, l’odore del caffé turco e di ricotta, il cielo lavato da un temporale notturno, i pesci brulicanti nelle reti appena tirate a riva.

E il mio respiro che s’espande, infinito, inseguendo i gabbiani.

13 giugno 2008

Verso il centro del mio essere

L’attracco dei traghetti alle cinque del mattino. La biglietteria, minuscola e bianca, che sembra piegarsi nel vento.
La sirena della nave in arrivo. La mezz’ora di traversata.
Ogni onda che colpisce lo scafo un metro guadagnato verso il centro del mio essere.

È la sagoma dell’isola, che si staglia compatta nell’azzurro, con le sue rocce aride, i suoi arbusti piegati, il suo gusto violento di bacche, le sue pecore sparse, i suoi asini lenti, il respiro del mio cuore che ti dono poco a poco.
Col pensiero.

13 marzo 2007

Postcard from home

Ieri sera si è levata la Bora. Ha ululato incessantemente, tutta la notte, facendo cantare gli alberi delle navi come un concerto di campane.
Questa mattina soffia ancora, spazzando un cielo di porcellana e disegnando piccole creste bianche sul blu cobalto del mare.
Il pescatore non è uscito: ora non c’è nessuno, sul pontile, a sbrogliare con pazienza la matassa delle reti, mentre il tempo non smette di trascorrere.
L’acqua è cristallo puro e punge come una manciata di spilli impressa con forza nella carne.
Il dolore mi ha tormentata ogni singolo giorno. Ma non ci ho badato.

Isola di Lussinpiccolo, 9 giugno 2017

Il mio Bello

“Ho trovato la definizione del Bello. Del mio Bello” diceva Baudelaire.
E il mio bello (…) sono le capre bianchissime arrampicate sulle pietre aride del Carso, (…) i pini curvati dalla bora fin dentro il mare, i chilometri e chilometri in mezzo a boschi abitati solo dal silenzio, la scomodità di un mare trasparente che non conosce o quasi le spiagge di sabbia ma solo i grandi scogli bianchi o i ciottoli (…), e poi la terra rossa e sassosa, i pergolati di uva rosa, gli ulivi stenti, i campanili aguzzi, le piccole case armoniose di pietra, i palazzetti veneziani con i merletti di marmo intorno alle finestre, un colosseo che si specchia nel mare di fronte, panorami continuamente mossi, boschi in alto sui monti, e sotto, sempre, da ogni parte, il mare che entra e esce da fiordi, insenature piccole e grandi.
– Anna Maria Mori, Nata in Istria, Rizzoli, 2006

Per quanto ci possa provare, con tutte le mie parole e le mie fotografie, non riuscirò mai a descriverlo compiutamente.
La luce, che incide i contorni delle cose e lascia solo l’essenziale.
Il blu e il verde. Lo smeraldo, il grigio, il giallo delle ginestre in fiore, il candore della roccia.
E il profumo che t’investe quando arrivi: elicriso, rosmarino, alloro, mirto, salvia, resina.
Il gesto lento, elegante, del cormorano appollaiato sullo scoglio, che allarga le ali nel vento e le asciuga.
L’onda che torna sulla riva, metodica, ostinata, come un cuore che batte. Il tintinnio squillante delle vele.
L’abbraccio freddo e vellutato dell’acqua.
Grilli, cicale, onde. Il canto degli uccelli, all’alba, e onde.
Respiro e onde. Respiro e onde. Respiro. E onde.

Respiro

Isola di Lussinpiccolo, 8 giugno 2017

Manca una settimana. Solo una settimana ancora.