Sono anch’io d’una fase e di tutte le fasi

Panoramica di Galboka

Mare! Anche a te l’abbandono.
Indovino ciò che vuol dire,
Osservo dalla spiaggia le tue dita ricurve che invitano
E so che non vuoi allontanarsi senza avermi toccato,

Dobbiamo fare un giro, noi due insieme, mi spoglio,
portami in fretta lontano dalla vista della terra,
Fammi da molle cuscino, cullami in un’ondosa
sonnolenza,
Spruzzami di pioggia amorosa, saprò ripagarti.

Mare dalle lunghe risacche,
Mare alitante ampi compulsi respiri,
Salmastro mare di vita, di non scavate tombe sempre
Pronte
Agitatore e ululatore di tempeste, capriccioso e delicato
mare
Sono parte integrale di te, sono anch’io d’una fase e di tutte le
fasi.

Walt Whitman, da Foglie d’erba

Conto di tornare

Alba a Galboka
Galboka alle sei e mezzo del mattino. Tutta per me.
Ho fatto il bagno con le rondini che sfioravano l’acqua accanto alla mia testa, con i pesci che mi facevano solletico ai piedi.
Poi sono rimasta a lungo sulla spiaggia a guardare i granchi far colazione, ad ascoltare il vento nei pini e i gabbiani e le cicale e i corvi.
Anche per quest’anno arrivederci, isola.
Conto di tornare.

Dalla finestrella della cucina guardavo il mare

La mia spiaggia si chiama Galboka.

Mia nonna aveva una casa a cinque minuti dalla spiaggia: dalla finestrella della cucina guardavo il mare.

Tra la casa e la spiaggia c’erano solo stoppie, cespugli, un sentierino; il profumo del rosmarino, dell’alloro e del mirto, pecore, sole e cielo.

Naturalmente adesso è un po’ cambiata, già lo era l’ultima volta che ci andai. Ora lo sarà ancora di più, ma resta comunque bellissima e tranquilla, soprattutto all’alba, al tramonto e la notte.

Non so se hai mai fatto il bagno la notte, senza la luna: l’acqua ha una strana luminescenza verdastra, quando nuoti sembra piena di scintille. Una delle sensazioni più belle provate nella vita.

A Galboka ho fumato lunghe ore e pensato, seduta sulla scogliera, sotto i pini.
A Galboka ho imparato a nuotare, mi sono tuffata, rosolata nel sole; ho giocato, dormito all’ombra e sognato.

A Galboka mi sono rotolata per la prima volta con un uomo (un tizio di Montevarchi, mio vicino di casa in Croazia fin dall’infanzia, ritrovato ogni estate fino a quella, fatidica, della lotta a cuscinate nella sua camera da letto, dell’inseguimento delle lucertole sui muretti a secco, delle nottate trascorse in spiaggia senza nessun controllo, nessun obbligo, nessuna preoccupazione).
Ovviamente, come si confà a storie di questo tipo, da allora, il tizio di Montevarchi, non l’ho più rivisto. Mai più rivisto, né sentito, eppure ci sono tornata molte altre volte a Nerezine e sua nonna sempre aveva la casa vicino a quella della mia, ma di lui nessuna traccia. Un’immagine rimasta ferma nel tempo.
Chissà dove sarà ora, impegnato con chi, in che cosa. Lo spero felice, sorridente e spiritoso come l’ultima volta che lo vidi quasi vent’anni fa.

Ecco, tra tutto il resto, cosa ci sta dentro la mia isola, in quel cuore salato di ricordi che costituiscono il mio paradiso; quel filo di ricordi che riaffiorano per un profumo, una folata di vento, uno squarcio di azzurro del cielo.
O quando decido di condividerli con qualcuno.

10 maggio 2007

À la recherche du temps perdu

L’odore dei pini
nelle ventate del finestrino.

Tutto è proprio
come allora:
il mare,
il traghetto,
mio padre che fuma
sul molo
e quella luce profonda
che scava i contorni,
quel vento di spezie
ch’è solo dell’isola.

Mi si sfila la strada
da sotto le ruote
mentre trema l’asfalto,
lontano.
Il tempo
gira veloce
quanto i ricordi
finché durano i pini.

18 giugno 1996

Da Il più bello dei mari, Lulu, 2015