Passarci in mezzo

A caccia dell’orso andiamo.
Di un orso grande e grosso.
Ma che bella giornata! Paura non abbiamo.
Oh oh! Un campo! Un campo di erba frusciante! (…)
Non si può passare sopra. Non si può passare sotto.
Oh no! Ci dobbiamo passare in mezzo!
Michael Rosen, da A caccia dell’orso,
illustrato da Helen Oxenbury,
Mondadori, 2001

Se devo passarci
in mezzo
voglio farlo
diversamente
Voglio parole
in rima e un amore
potente che annienti
la fatica di finire
ogni giorno
di ricominciare
ogni mattina
anche quando
il mio corpo
è solo dolore
e pena

Il saṅgha

E se le ali fossero gli scoppi di risate
le trame che sappiamo ancora tessere
la tregua che chiede il nostro corpo
la forza che lascia e non trattiene
lo scorrere cambiare trasformare?
Silvia Vecchini, da Se tutte insieme, Bompiani, 2026

 

La sentite
quella forza
che pervade il corpo
quando entrate
in una chiesa?
Lo sentite
quello spirito
di pace?
E l’energia
che c’era
alla mia festa?
È il saṅgha.
Siamo noi
tutti
insieme.

 

Saṅgha è il termine sanscrito che indica la comunità delle quattro assemblee dei monaci e delle monache, dei laici e delle laiche buddisti.
La parola significa “assemblea”, “compagnia”, “comunità”.
Nel buddismo contemporaneo e occidentale si riferisce spesso al gruppo di praticanti laici che meditano e condividono la pratica.
Il saṅgha offre supporto per la pratica, guida nella consapevolezza e crea un ambiente protetto per lo sviluppo spirituale.
Il saṅgha è essenziale per non perdere la via della pratica e per coltivare la consapevolezza insieme ad altri “nobili amici”.

Riassunto

Razors pain you;
Rivers are damp;
Acids stain you;
And drugs cause cramp.
Guns aren’t lawful;
Nooses give;
Gas smells awful;
You might as well live.
Dorothy Parker, Resumé, da The Portable Dorothy Parker, Penguin Books, 2006

I giorni che il dolore
è così grande
da non poterlo abbracciare
m’immagino tutti i modi
in cui potrei
morire
questo mi dà il sollievo
di capire che in fondo voglio
vivere anche se non riesco
a sopportare
di arrivare fino in fondo
alla giornata
Il mio preferito è addormentarmi
e non svegliarmi
più
(sfido chiunque a trovarne
uno migliore)
Segue l’incidente stradale
in cui però ci resto secca
perché paralitica tanto vale
allora mi tengo il dolore
che almeno ancora riesco
a camminare
Il terzo è un tumore
perché infarto e ictus
sono varianti di non svegliarsi
(sempre che siano una botta
e via ovviamente)
terzo dicevo è un tumore
da cui non mi faccio curare
lascio le cellule impazzite
proliferare e mangiarsi
quelle sane
(certo non è il massimo
perché anche qui si soffre
però poi si muore
che sollievo)
Di ammazzarmi io stessa
c’ho anche pensato
ma poi non c’ho mai provato
non ho abbastanza
fegato per prendere
questa decisione
(con la fortuna che ho
come minimo non ci riesco
mi va male
rimango un vegetale
però cosciente
così l’inferno in Terra
lo provo veramente)
Insomma cara Dorothy Parker
aiutami tu
vorrei tanto vivere
e basta

Non doverci pensare
mai più

Volevo tagliare le fragole

La sporadica alternativa della poetessa
Volevo scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci ho messo
più o meno lo stesso tempo
ovvio la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe richiesto
un pochino di più giorni e settimane e
parecchia carta straccia
la torta aveva già un suo
pubblico vociante e capriolante tra
camioncini e un’autobotte dei pompieri sul pavimento della cucina
questa torta piacerà a tutti
ci saranno dentro mele e mirtilli
e albicocche secche molti amici
diranno e perché diavolo
ne hai fatta una sola
questo con le poesie non capita
per via di irriferibili
tristezze ho deciso
stamattina di accontentarmi dei
miei voraci avventori non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione perché si presenti
il cliente giusto
Grace Paley, da Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta,
Sur, 2022

Volevo tagliare le fragole
invece ho scritto una poesia
Una stanza tutta per me
un’ora tutta mia
Parole fluttuanti
come fiocchi
di neve alla finestra
e tante rime
qualcuna forse
un po’ maldestra
Una poesia che nasce
dal dolore
una
per celebrare l’amore
una quando non riesco
a gridare
una per imparare a stare
Eccole qui – insieme
raccolte
non più una
soltanto
sono già molte
Chissà quanto
tempo
deve ancora
passare
perché il titolo della raccolta
diventi inattuale

Stare, respirare

Tu hai due mani
due orecchie due occhi
hai anche due gambe
e due piedi due braccia.
Il respiro è due:
entrata uscita.
Quando sei stanca,
disossata dai pensieri,
basta guardare il cielo.
Svanisci, diventando
smisurata, sei nettare di zero.
Chandra Livia Candiani,
da Pane del bosco, Einaudi, 2023

Seduta davanti al mare
d’erba
scrivo
Dove sono stata
fino adesso
in quale buco
nero risucchiata
dalla mia disperazione
irraggiungibile
perfino da me stessa
sorda
alla ragione
di chiunque a qualunque
condizione
Ripescata
per la punta dei capelli
dopo un discorso
al parco
di Villa Fiorita
Ripescata ancora
alla vita
una parola alla volta
tutte acquattate
dentro me
nel folto d’un mistero
che io neppure riesco
a districare
E come si può continuare
a vivere
se di nuovo torna
tutto il male
Forse la chiave
è sempre quella
che quasi non so
usare

Stare
Respirare